“Vincerà Biden e così finirà quell’incubo di nome Trump” – Il Fatto Quotidiano

Broadway, esterno notte, 2018. Bruce Springsteen esce dal Walter Kerr Theatre dopo lo show. I fan lo attendono. “Questo ragazzo mi porse una chitarra. Voleva regalarmela. Era di ottima fattura. La portai a casa. Aveva un suono fantastico. È stata una magia: quella chitarra conteneva tutte le canzoni dell’album. In dieci giorni era pronto”. È nato così, dal dono di un fan italiano, Letter to you, che vedrà la luce il 23 ottobre, accompagnato da un documentario del fido Thom Zimny. Registrato un anno fa nello studio casalingo del Boss, in presa diretta con la E Street Band. “Due pezzi ogni 24 ore, senza provini, con gli arrangiamenti che si materializzavano in corsa. Al quinto giorno avevamo finito!”, ride Springsteen.

“Volevo fare un album con la E Street Band, ma erano sette anni che non scrivevo per loro. E ogni volta ti chiedi, con ansia, se ne sarai ancora capace”. Letter to you, spiega, “affronta i temi della perdita, della gioia e della bizzarra fratellanza che ti fa ritrovare ancora insieme, per 45 anni, in un gruppo rock. Una vita con loro, nella buona e nella cattiva sorte”. La scintilla di un’opera che spazia “dai miei 17 anni fino ai 70” è il commiato a George Theiss, il chitarrista nella sua prima band, i Castiles. “Andavo a visitarlo in estate, era già molto malato. Eravamo gli unici due dei Castiles ancora vivi, gli altri se erano andati tutti prematuramente. George morì poco dopo. Fu strano sentirsi lasciati soli. Così composi il primo pezzo dell’album, Last man standing”.

E poi ecco gli altri spettri: i pilastri della E Street Band Clarence Clemons e Danny Federici, omaggiati nella cavalcata di Ghosts, il secondo singolo pubblicato. Ma il più insidioso dei fantasmi è lo stesso Springsteen, che oltre ai dieci brani nuovi, in Letter to you ripesca tre oscuri gioielli dal suo passato remoto, e non è un caso se If I was a priest (eseguita nella prima audizione del ’72 davanti all’onnipotente John Hammond) avesse sin dall’origine un’illuminazione dylaniana. “È accaduto per caso. Avrei dovuto far uscire un vecchio brano risuonato con la band per il Record Store Day, ma era venuto troppo bene. Così ho pensato di conservarlo e di provarne un altro paio. È stato come ritrovare la voce di quando avevo 22 anni, aggiungendovi la forza e l’esperienza maturate fino a oggi”.

E sono qui, le altre due perle dagli anni ruggenti, Song for orphans e Janey needs a shooter, quest’ultima nota per un mezzo “scippo” da parte del compianto Warren Zevon. “Diventammo amici nel ’78”, spiega Bruce. “Una sera Warren venne a casa mia mentre cantavo Janey needs a shooter. Restò folgorato, ma solo dal titolo. Gli dissi: ‘Se ti piace usalo’. E così fece. Ma questa è la mia canzone”.

Tra gli inediti, la stoccata per Trump, Rainmaker. “Avrei potuto scriverla già per Bush”, riflette Bruce, “ma calza meglio per quel demagogo dell’attuale presidente. Vi indago sul rapporto fra Trump e i suoi seguaci”. Alle prossime elezioni, garantisce il Boss, il tycoon sarà sconfitto. “Biden vincerà e con Trump si dissolverà anche quest’incubo nazionale. Prego che non vengano messi in atto trucchi sul risultato del voto, ma ho fede che il Paese dimostrerà unità”. Anche la musica ha un senso etico, sottolinea Bruce. “In House of a thousand guitars definisco la relazione tra me e il pubblico. Un mondo di valori, gioia e moralità. Come se dicessi: ‘Nella casa che abbiamo costruito insieme contano queste cose’. Non vedo l’ora di suonarla dal vivo”. Il tour è in agenda per il 2022. Virus permettendo.

Sorgente: “Vincerà Biden e così finirà quell’incubo di nome Trump” – Il Fatto Quotidiano

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